Incontri ravvicinati del “solito tipo” – I moti dell’Anima Mundi in piena pandemia
In occasione della giornata internazionale della donna, quale contributo ad una riflessione più ampia e articolata sulla condizione femminile nel nostro tempo, proponiamo un intervento del dott. Marco Carpineto, che opera presso il nostro Centro in qualità di psicologo e psicoterapeuta. Lo offriamo alla lettura anche come auspicio per un mondo che, nel mezzo di una crisi che obbliga a riconsiderare i propri modelli di vita, impari a ripensare in modo nuovo le dinamiche di genere guardando con occhi diversi l’altra metà del cielo e finalmente inizi a riconoscere nella donna quella piena dignità di soggetto attivo nella società, primo essenziale passo verso una parità di fatto che estirpi alla radice lo spirito di violenza a cui milioni di donne nel mondo sono sottoposte.
A chi non è mai capitato di guardare il cielo durante una notte stellata. Credo a nessuno. Una tendenza spontanea che, come tutte le cose naturali, sembra talmente scontata che non penseremmo mai che possa essere oggetto di riflessione né tantomeno essere qualcosa di straordinario. L’importante è sapere come guardare e che cosa cercare. Ed in cielo ci sono un’infinità di stelle. Ognuno sceglie la sua preferita, magari la più nota come la stella polare; qualcun altro prova a “disegnarci” una costellazione; qualcun altro si cimenta nella difficile operazione di guidare la vista di qualcun altro nell’osservare una stella che sta guardando. Tuttavia, mi sono sempre chiesto: ma allo “spazio”, il tanto citato “cielo”, c’è qualcuno che gli dà importanza in una calda notte d’estate sulla spiaggia? Credo di no, o meglio pochi. Forse è vero, nel “cielo” non c’è niente, probabilmente non ha neanche una forma o un colore. Ma le stelle e tutti gli astri catturerebbero la nostra attenzione se non fossero “incastonate” nel cielo? Insomma, lo spazio o il vuoto, il cielo che dir si voglia, è senza dubbio quel qualcosa che contiene in sé l’essere e il non essere. È indefinito, non conoscibile del tutto, tuttavia è meravigliosamente rappresentabile in varie forme e colori e consente a molti di instaurare una dialettica che sia mistica, disperata o speranzosa. Il cielo, lo spazio, quindi il vuoto. Quel vuoto che contiene e che da senso a ciò che vi abita, ma che al tempo stesso ne viene oscurato dagli oggetti stessi. Quello stesso vuoto che spaventa quando si manifesta nelle vicissitudini personali e quotidiane. Ma il vuoto o lo spazio di cui siamo tenuti ad occuparci oggi, ai tempi del Covid-19, probabilmente è quello che si riferisce all’esperienza collettiva, immaginando sempre l’umanità come un organismo unico, e partendo sempre dal fatto che viviamo tutti la stessa drammatica situazione pandemica. E sarebbe proposta impossibile, se non addirittura considerata folle, svuotare la mente di tutti allo stesso tempo! Per orientarsi in mezzo al mare, un marinaio ha bisogno di stare con il naso all’insù a seguire una stella ma anche bisogno di stare con gli occhi puntati all’orizzonte nella speranza di intravedere tra la schiuma delle onde un faro o la terraferma. È importante per il marinaio. La concretezza della sua esistenza necessariamente lo guida a scegliere, di volta in volta, a cosa dare maggiore attenzione.
E così, durante questa ennesima fase pandemica sono state prese decisioni molto diverse rispetto a quelle prese qualche mese fa. Non è questo il luogo per decretare vincente una scelta piuttosto che un’altra, comunque sia è un dato di fatto che questo nuovo approccio ha conseguentemente favorito una “soggettivazione” della percezione della situazione ponendo fine ad una visione comune e condivisa e facendo emergere una “parcellizzazione del territorio umano”. In questo momento tutti hanno bisogno di affermare delle cose; ogni decisione presa scontenta qualcuno; ogni persona si comincia a fissare o “polarizzare” su un aspetto o su un argomento. Ognuno con le sue ragioni. Complice la facilità della realtà virtuale. Senza ombra di dubbio quasi tutte sono questioni molto serie ed alcune di esse sono addirittura di vitale importanza. Concrete e “visibili”, fanno parte di ciò che è in superficie. Ed è lì che dobbiamo necessariamente stare. Tuttavia, non possiamo accontentarci di guardare solo le stelle rischiando di perdere di vista anche la forma della costellazione a cui appartiene. E soprattutto, abbiamo bisogno di relazionarci con quel vuoto/spazio che ci permette creativamente di ampliare la nostra coscienza e la nostra personalità individuale e collettiva. Ma il tutto, come sappiamo, è più della somma delle singole parti. Quindi, ciò che sembra essere presente in realtà non si vede e dobbiamo essere bravi a “respirarlo”. Perché le dinamiche profonde della psiche collettiva, così come quelle della psiche individuale, non si vedono, non si toccano. Tuttavia, vengono veicolate attraverso argomenti concreti affinché siano colte, anzi percepite, respirate, viste o ascoltate dalla nostra coscienza. Dobbiamo darci questa possibilità per dare senso al nostro agire nella concretezza dell’esistenza. Certo, non tutti sono bravi nel “guardare oltre” ma qualcuno deve pur farlo. E chi meglio degli attenti studiosi ed osservatori del profondo può cogliere, “tradurre” e condividere ciò che sembra emergere nel collettivo? “Sembra proprio che ci sia chiesto di essere presenti alle polarità dell’archetipo e questo crea disagio alla maggior parte delle persone”, afferma Magda Di Renzo.
Gli archetipi appunto – un argomento vasto e complesso, ma necessario – cioè quelle caratteristiche della psiche individuale e collettiva innate, che secondo Jung sono “modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana”. Hanno sempre preso “voce” nei miti, nelle favole, nelle leggende e racchiudono in sé le principali tematiche che riguardano l’uomo da sempre. Verrebbe da esclamare, citando Daniele Silvestri: “Ma come ho fatto a non sentire i messaggi quelli che i saggi hanno voluto lasciare, e che non erano bottiglie nel mare, ma storie, canzoni, dipinti, parole anche se non le ho mai trovate da sole ma come ho fatto a non distinguerle al volo…”. Non è così semplice. Eppure, dobbiamo dare ragione ancora a Magda di Renzo che sottolinea quanto ha affermato Murray Stein in una riflessione sul Libro Rosso di Jung e le Dieci pitture sulla ricerca del bue (originariamente dipinte dal maestro cinese Chan (Zen) Kuo-an Shih-Yuan nel dodicesimo secolo). Ci fa capire che “la psicologia del profondo è importante proprio in questo momento in cui si deve combattere la superficialità virale”. Nel suo articolo Stein sostiene che i momenti numinosi sono da considerarsi come l’esperienza dell’infinito e che le tematiche importanti sono proprio lì dove c’è una crisi, lì dove la soggettività passa un po’ in secondo piano.
La psiche collettiva, così come quella individuale, ha bisogno di evolvere e rigenerarsi con il contributo di tutti. Quindi, cosa si sta muovendo nel collettivo? Il nuovo coronavirus sembra ora colpire i più giovani, i nostri figli, e le case e le abitazioni sono i luoghi dove il contagio trova maggiore risonanza. Tutto questo non fa un po’ riecheggiare simbolicamente le tematiche legate al tradimento e/o al sacrificio dell’altro? E se ci pensiamo bene, non sono alla fine le caratteristiche degli aspetti relazionali del contagio legato al covid-19? Tradimento, disillusione, abbandono, paura e rabbia che favoriscono un movimento psichico, di conseguenza, polarizzante. Crearsi santi da ringraziare e demoni da incolpare sono dinamiche psichiche profonde che appartengono alla “superficialità umana” – intesa come tendenza a fissarsi sugli aspetti più concreti dell’esistenza – sin da quando l’Io individuale e collettivo ha cominciato a pretendere il soddisfacimento dei propri bisogni sulla scia di una progressiva ed eccessiva intellettualizzazione delle questioni umane. Le storie che nel corso dei millenni abbiamo ricevuto in eredità sono instancabili mezzi di trasporto per le tematiche psichiche umane. L’agire quotidiano di tutti sembra permeato di tradimento e di abbandono. E non ci dimentichiamo che è sotto gli occhi di tutti la condizione di trovarci in una cultura dominata dal patriarcato e di conseguenza dalla violenza maschile come gesto collettivo. Occorre altresì ricordare che la natura del mito antico non coinvolge giudizi morali, che i confini fra umano e divino, o fra bene e male erano e resteranno sempre indeterminati e sfumati.
Detto questo, in linea con le tematiche odierne, tra le tante figure che la mitologia ci ha donato, sembra proprio che nessuna come Ifigenia incarni la vittima innocente del tradimento più atroce, quello di suo padre Agamennone. La vicenda narrata da Eschilo è nota: Agamennone, sovrano della polis di Argo alla partenza per la guerra di Troia, non avendo venti favorevoli, per propiziarsi gli dei (in particolare Artemide che gli era ostile), su consiglio dell’indovino Calcante, aveva sacrificato la figlia Ifigenia, di eccezionale bellezza. I venti allora avevano cominciato ad essere propizi, sicché la flotta aveva potuto alzare le vele. Clitemnestra aveva però deciso di vendicare il sacrificio della figlia, convincendo Egisto, cugino del marito e suo amante, ad aiutarla in tale impresa. Una complessa e articolata vicenda così come sono complesse e articolate le vicende odierne. E i rimandi alle azioni e reazioni di tutti noi in questa difficile “guerra” contro il virus sembrano emergere in maniera molto chiara e naturale semplicemente leggendo il riassunto di questo mito. Allora proviamo a starci dentro. Proviamo ad osservare più da vicino i protagonisti di questo mito così come si guardano gli attori che calcano un palcoscenico mentre interpretano un ruolo, una vicenda. A chi non è mai capitato di fare parallelismi vari con le proprie vicissitudini o con quelle che appartengono ad altri? Proiezioni, direbbe qualcuno. Trasposizioni, mi piace pensare. Ognuno dei protagonisti di questo mito aveva delle motivazioni degne di essere intese. Giusto o sbagliato non trova spazio nella mitologia. “Quindi abbiamo la responsabilità di cogliere cosa?”
Come nel mito di Agamennone, oggi assistiamo alla coesistenza di motivazioni contrastanti ma ognuna degna di attenzione, che siano esse emotive, relazionali, lavorative o sanitarie. In altri termini ogni individuo finisce per trovare il suo polo o la sua stella su cui abitare. La psiche collettiva insegue continue rivoluzioni e rinnovamenti e le conseguenti rappresentazioni emergono sempre affinché vengano colte da una rinnovata pensabilità che aiuti ad “esperirli mitologicamente”. In un mondo gestito tipicamente da una cultura maschile – e questo è un dato di fatto – più propensa ad accettare il sacrificio più atroce (Agamennone), colpisce, e per certi versi spaventa anche un po’ la scesa in piazza delle donne, delle mamme che a gran voce hanno chiesto di far tornare i loro figli a scuola, mentre gli uomini al potere sono fermamente convinti di proteggere quegli stessi figli e le famiglie, evitando la didattica in presenza. Ma i dati non ci dicono che i giovani potrebbero essere il veicolo del nuovo del contagio? E allora perché questi movimenti a favore della mobilità dei figli apparentemente ci sembrano strani? Probabilmente questi movimenti della psiche collettiva – colti magistralmente nelle riflessioni sullo “smembramento” odierno della Grande Dea (Bolen e Johnston), oppure nelle novità legate al Gesto di Ettore di Luigi Zoja – fanno pensare che probabilmente la questione in ballo è ancora più ampia. “Uno non raggiunge l’illuminazione fantasticando sulla luce ma rendendo consapevole l’oscurità” afferma Jung. E cosa si starebbe quindi costellando – e che sarebbe importante valorizzare – se non probabilmente un necessario ritorno dell’Archetipo Femminile, puro e primitivo, a permeare le nostre coscienze dopo intere epoche dominate dalle caratteristiche psichiche maschili e patriarcali? La Vergine Artemide, appunto. Ricordandoci però che il Femminile non deve essere per forza inteso come, femminismo estremo. Le donne abbiamo detto che sono la rappresentazione più vicina a questo Archetipo, ma bisogna sempre intravedere che non siano condizionate da altro. Perché Artemide è l’archetipo di una femminilità che è pura e primitiva, una femminilità che raramente è rappresentata in assoluto in quanto piuttosto la si definisce in relazione a qualche altra realtà del mondo maschile. Una femminilità che non è definita dal rapporto con un amante (Afrodite), né da quello con un figlio (Demetra o Maria, la madre di Gesù), o con un padre (Atena), e neanche da quello con un marito (Era). Tuttavia, appare rischiosa perché sebbene sia un’Amazzone e arciera infallibile, Artemide garantisce la nostra resistenza ad un addomesticamento ma che rischia di provocare una frammentazione e dunque diventare alienante (Ginette Paris, Santa Barbara). Resta sempre aperta la questione di come si potrebbe tradurre tutto questo in termini concreti e quotidiani. Forse lasciare che il femminile pervada i meandri delle nostre coscienze? Sperare in un ritorno del matriarcato? Se così fosse chi meglio delle donne, delle madri, potrebbe incarnare e/o rappresentare questa ricomparsa di Artemide e risparmiare la vita di Ifigenia? Qualcosa del genere sembra stia finalmente accadendo. In America è stata eletta la prima Vice-Presidente donna. In Italia è stata nominata Rettrice della Università La Sapienza di Roma una donna. Non è “molto”. Ma è sicuramente un segnale forte, e chissà se anche nella nostra piccola realtà italiana non si verifichi ciò che gli Articolo31 cantavano qualche anno fa: “Corre l’anno 2030, e mi ritrovo che di anni quasi ne ho 60, il mio pizzetto è grigio, e di capelli sono senza e Ambra è il primo Presidente donna”.

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