Don Orione: un’eredità di fede e carità che vive ancora oggi
Ricordiamo la figura di san Luigi Orione, “cuore senza confini”, a 86 anni dalla scomparsa. Rievocarlo significa ritrovare quel prete dalla veste logora che sfidava il mondo con uno spirito di fraternità che”non guarda se chi soffre ha un nome, una patria o una religione”. Un prete che ha insegnato a vivere la carità eroica nel quotidiano, con una fede ardente e un cuore aperto a tutti, specialmente ai più umili e sofferenti.
Il 12 marzo, giorno della scomparsa di don Orione, segna l’anniversario di un capitale momento di passaggio da cui si è dipartito il fecondo viaggio della sua Congregazione ormai priva della sua guida. Commemorare oggi san Luigi Orione significa ricordare un uomo che non ha mai camminato da solo, ma ha sempre trascinato con sé, verso la dignità e la luce, gli “scarti” della società del suo tempo.
Alle ore 22:45 di quel giorno del 1940, in una serata carica di commozione, a Sanremo si spegneva infatti una delle figure più luminose della carità cristiana del Novecento.
Luigi Orione, il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, concludeva il suo cammino terreno all’età di 67 anni, lasciando un vuoto incolmabile tra i “suoi” poveri, ma un’eredità spirituale destinata a non morire mai.
Era giunto a Villa Santa Clotilde, una casa della sua Congregazione, solo tre giorni prima. Le sue condizioni di salute, minate da tempo da gravi crisi cardiache, lo avevano costretto a un riposo forzato che lui, sempre avvezzo a correre laddove la necessità chiamava, faticava ad accettare.
Testimoni oculari raccontano che le sue ultime parole siano state un grido di fede e di abbandono: «Gesù! Gesù! Vado!». Un congedo laconico ma intenso, tipico di un uomo che aveva passato la vita intera in movimento, tra i terremotati di Messina e della Marsica, tra gli orfani e gli emarginati delle periferie del mondo.
La notizia della scomparsa attraversò l’Italia, già scossa dai venti di guerra che soffiavano sul Paese. Il viaggio della salma verso Tortona prese la forma di un pellegrinaggio di massa. A Milano, il cardinale Ildefonso Schuster celebrò le solenni esequie davanti a una folla immensa, parlando di lui come di un “gigante della carità”.
Il feretro, dopo sei giorni, arrivò infine a Tortona, per essere accolto nel Santuario della Madonna della Guardia, la chiesa che lui stesso aveva voluto e costruito con il contributo di offerte e di lavoro della povera gente.
L’anniversario della sua morte è l’occasione per chiederci cosa resti oggi di quel “folle di Dio”. Restano i Piccoli Cottolengo, le case per anziani, restano le scuole, restano le missioni, ma soprattutto resta la sua lezione di santità “con le maniche rimboccate”, caratterizzata da una carità concreta, universale e profondamente legata alla Chiesa. Oggi la Piccola Opera della Divina Provvidenza è una realtà globale che opera in 35 Paesi, sparsi in tutti i continenti, mantenendo fede alla missione del fondatore di “portare i piccoli e i poveri alla Chiesa e al Papa” attraverso la carità. E per fare ciò, oltre ai religiosi e alle suore coinvolge un vasto movimento laicale che collabora attivamente nella gestione delle strutture e dei progetti di volontariato in tutto il mondo.
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