XXXIV Giornata mondiale del malato: Amare portando il dolore dell’altro
Quest’anno, le celebrazioni solenni della Giornata mondiale del malato si terranno a Chiclayo, in Perù, dove papa Leone XIV ha operato come missionario e vescovo per oltre vent’anni. Nel messaggio diffuso per l’occasione, il pontefice ha posto al centro la figura del samaritano come simbolo della misericordia cristiana. Il titolo del testo: “La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro” ritorna su temi già cari al magistero leoniano.
Il messaggio si apre con un’osservazione sulla società che il Papa, in continuità con il suo predecessore, vede indifferente al dolore, presa com’è dalle sue derive culturali secondo cui chi non risponde ai modelli di efficienza viene catalogato come scarto.
Filo conduttore del messaggio è la parabola del samaritano (Lc 10, 25-37) che Gesù narra per rispondere alla domanda del dottore della legge: “Chi è il mio prossimo?” Papa Leone la usa proprio per segnalarla come emblema dell’amore che con la sua azione supera l’indifferenza e coinvolge nel suo afflato ideale anche l’albergatore. Con ciò rimarcando che in questo modo “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.”
Infatti, dice il Papa: “L’amore non è passivo, va incontro all’altro – e quindi – essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.” E, continua: “La partecipazione alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono”. Amare il prossimo è quindi la prova visibile dell’amore di Dio e segno sicuro della fedeltà al vangelo.
Questo, inoltre, permette di comprendere come amare sé stessi non significa fondare la nostra presenza su stereotipi di successo, carriera o posizione sociale perché la natura umana – come ricordava Benedetto XVI – si realizza nelle relazioni interpersonali.
Sempre in consonanza con la parabola, poi, il Papa passa a sottolineare il senso comunitario dell’esperienza dell’amore. La compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono ad un mero spazio individuale ma si realizzano nella relazione. Il samaritano compie la sua azione non da solo, cerca collaborazione all’albergatore, a cui affida le cure dell’uomo per il tempo della sua assenza. La pratica dell’amore, così “supera il mero impegno individuale” per realizzarsi “in un intreccio di relazioni”.
In tale prospettiva, la cura dei malati assume per la Chiesa una vera e propria azione caratterizzante la sua missione. E ciò perché l’amore per il prossimo è “la prova tangibile” dell’amore per Dio, secondo il sillogismo offerto proprio dal comandamento dell’amore. Le cure dei più fragili – considera il Papa – sono la manifestazione dell’autentica azione ecclesiale e quindi misura della salute sociale.
Usando come riferimento la parabola del samaritano, il Papa in definitiva richiama la comunità cristiana a mettere al centro la relazione contro l’emarginazione e l’indifferenza. E invita a coltivare nella propria vita una dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa e solidale.
“Il vero rimedio alle ferite dell’umanità – ammonisce – è uno stile di vita basato sull’amore fraterno che ha le sue radici nell’amore di Dio”.

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