Per un presente che abbia futuro: la conversione apostolica delle opere
Presso il centro di spiritualità di Montebello della Battaglia (Pv), ai primi di giugno si è tenuta la seconda edizione del convegno sulle opere di carità della congregazione di Don Orione.
Pubblichiamo qui di seguito l’intervento introduttivo del vicario generale dell’Opera, Don Achille Morabito.

A mo’ di introduzione
Confesso che una conferenza collocata alle 14,30 non la trovo molto adatta per l’igiene mentale. Pertanto, per evitare che tutti voi qui presenti mi diciate continuamente «sì» con la vostra testa, manifestando palesemente il vostro consenso, mi permetto di cominciare con una barzelletta. Questa strategia infallibile l’ho appresa dal mio professore di greco biblico – padre Welch, gesuita americano -, negli anni di Licenza, al Pontificio Istituto Biblico. Ora, visto che si parla di opere di carità e della ricerca di nuove risorse, sentite questa:
Quando mi è stato chiesto di sostituire don Flavio in questo incontro, ho pensato subito tre cose: la prima è legata alla sfacchinata che avrei dovuto fare, qualora fosse stata in corso la visita canonica, prevista oggi a Mestre (Mestre-Milano-Voghera-Montebello, e ritorno, nello stesso giorno); è il caso di dire che la capsulite e la tenosinovite e i problemi del muscolo sovraspinato alla spalla sinistra si sono rivelate provvidenziali. Diciamo così per soffrire di meno! La seconda è legata al ruolo di «panchinaro», che caratterizza la mia vita da diversi anni (tradotto: “Quando mancano i cavalli, trottano gli asini”). Mi consola il fatto che Don Orione, scrivendo da Rio de Janeiro il 10 aprile 1937, alla “Nobilissima signora contessa Dolores Cobo de Marchi di Cèllere” [1], dice, tra l’altro, “in mancanza di cavalli, [trottan] trottaron gli asini. Ah sì! noi vogliamo essere gli asinelli della Divina Provv.za. Forse ché Gesù non preferiva gli asini? non entrò forse anche in Gerusalemme su d’un asino?” [2]. La terza è legata al mio mondo e alla mia passione, che è quello della Sacra Scrittura. Pertanto, mi son chiesto subito: “Quale testo potrebbe illuminare questo incontro?”. E la scelta è caduta su un detto di Gesù, presente nel discorso della montagna, nella redazione di Matteo, collocato subito dopo le beatitudini: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14).
Ecco, allora, i punti che tenterò di sviluppare: in un primo momento, riprenderò quanto il Superiore generale ha scritto nella sua circolare del 29 dicembre 2011: Per un presente che abbia futuro: L’inculturazione del carisma in una Congregazione che cambia [3]. In un secondo momento, proporrò una riflessione dello scrittore Vittorio Messori, unita ad un ricordo personale. In un terzo momento, riporterò parte del mio intervento al Consiglio d’Opera di Sanremo, in occasione della recente visita canonica (14-17 marzo). La pericope matteana ci servirà come conclusione.
1) Evoluzione delle opere di carità
“Per un presente che abbia un futuro” è il titolo della Lettera circolare del Superiore generale, don Flavio Peloso, del 29 dicembre 2011. La suddetta circolare recava come sottotitolo: “L’incultu-razione del carisma in una Congregazione che cambia” [4]. Dopo aver spiegato i motivi per cui ha deciso di sviluppare il tema dell’inculturazione del nostro carisma nel mondo attuale, annota “alcuni principali nuclei di inculturazione del carisma a cui è chiamata la Congregazione” [5]. Il primo nucleo trattato è quello della “Evoluzione delle opere di carità”. Don Flavio si chiede: “In un contesto in cui è generalmente cresciuta la previdenza statale, è notevolmente diminuita la provvidenza agli sprovvisti (desamparados) esercitata dalla Congregazione. Può bastare ai Figli della Divina Provvidenza essere buoni gestori della previdenza sociale?” [6].
“In tutte le nazioni – scrive don Flavio – in cui siamo presenti, fino a qualche decennio fa, bastava aprire un’opera assistenziale ed essa era immediatamente un’opera caritativa, un bel segno della carità della Chiesa e della Congregazione «per portare i piccoli, i poveri alla Chiesa e al Papa per Instaurare omnia in Christo», secondo il carisma. Oggi, dopo l’evoluzione avvenuta, non è più automatico che un’opera assistenziale o sociale o educativa sia ipso facto un’opera caritativa-apo-stolica. Ci sono opere assistenziali «come tutte le altre», quasi prive di qualità e di significato apostolico. Proprio per questo è nato il giusto e inevitabile travaglio di tanti confratelli, le inquietudini, le impazienze e i progetti che nei Capitoli generali hanno preso il nome di «rilancio apostolico», «riappropriazione carismatica», «conversione apostolica» delle opere di carità. Tutti percepiamo il problema delle «opere di carità» che non aprono gli occhi alla fede [7]”.
Viviamo senza dubbio una situazione nuova e tutti avvertiamo che gli scenari che si aprono non sono certo molto chiari, e diciamo pure, «rassicuranti» (basta pensare al destino delle scuole cattoliche). Ora, questo cambio non coinvolge solamente le opere, ma anche il ruolo dei religiosi che vi operano. “L’ultimo Capitolo generale parla di identità e ruolo dei religiosi chiamati ad essere nelle opere soprattutto «testimoni», «garanti del carisma», «pastori», «formatori», «profeti»,[8] con dinamiche di relazione nuove ma non meno esigenti di quelle del passato. Su questa nuova e necessaria inculturazione (= discernimento, adattamento, rinnovamento, creatività) delle opere carismatiche la Congregazione è da tempo in movimento. Abbiamo interessanti esperienze a cui anche altre Congregazioni guardano. Vanno prendendo corpo alcune innovazioni nelle modalità di gestione, si cerca di realizzare un nuovo ruolo dei religiosi nelle opere, si ricentra il rapporto apostolico dell’opera con il territorio” [9].
Concludendo questo primo nucleo della sua lettera circolare, don Flavio esorta con queste parole: “Coraggio, cari Confratelli, contribuiamo all’evoluzione delle opere di carità in modo tale che continuino ad essere carismatiche e apostoliche anche nel contesto sociale attuale molto cambiato. In alcuni casi, si tratterà di lasciare certe opere non convertibili in strumenti di apostolato. So che la evoluzione delle opere ha creato e crea tensione di interpretazione e di soluzioni. È inevitabile perché non ci sono soluzioni immediatamente evidenti. Il cambio della nostra relazione con le opere ci chiama, ci provoca, e qualche volta anche ci scoraggia. Però siamo lì, la Congregazione è lì, ad affrontare il cambio. Serve il dialogo e lo scambio di esperienze positive. Va delineandosi un cammino comune con le indicazioni degli ultimi due Capitoli generali e l’azione dei Segretariati. Non dobbiamo essere né catastrofici (“Basta, è finita l’epoca delle opere”) né illusi (“Le opere parlano da sole”). Nessuno si ponga «fuori» del tema, ma offra il proprio contributo di idee e soprattutto la collaborazione pratica nelle singole comunità e nelle attività, nella partecipazione ai segretariati e alle altre riunioni di Congregazione” [10].
2) Una riflessione di Vittorio Messori sulla vita religiosa e una confidenza
Parto dalla confidenza. La mia avventura con i Vangeli, a parte gli anni del catechismo, è iniziata nell’autunno del 1976. La SEI aveva pubblicato da poco Ipotesi su Gesù, di Vittorio Messori [11], che diventò col tempo un best seller. Tradotto in più lingue, ha superato le trenta edizioni. In quegli anni ero a Tortona per gli studi iniziali della teologia (biennio filosofico), ed ho potuto assistere alla presentazione del libro, fatta dall’autore stesso, ad Alessandria. Il libro, come si suol dire, andava forte, anzi fortissimo. Come mai? La risposta era nel linguaggio. Messori ha scritto cose, peraltro già risapute nell’ambiente degli addetti ai lavori (esegeti e teologi), con uno stile diverso, diciamo pure da giornalista, ma soprattutto con piglio diverso. Si possono addurre altre cause su quel successo editoriale; ma una cosa è certa: Ipotesi su Gesù lo capivano tutti! Il problema era – in quegli anni – “uscire dal ghetto, raggiungere librerie e media «laici»”. Pertanto, colpì che “a ripresentare le ragioni della fede non fosse né un sacerdote né un laico proveniente dal mondo cattolico, bensì un ancor giovane redattore di un quotidiano [La Stampa] dalle laicissime tradizioni”.
Nel 1992 – anno in cui in Italia Ipotesi su Gesù aveva superato il milione di copie – l’autore aggiunse poche pagine, dal titolo: “Andò così”. Nel 2001 le ultime aggiunte: “Molto tempo dopo”, con la supplica dei lettori: “Non cambi troppo!”. Supplica esaudita. Vale la pena rileggere queste pagine; in esse Messori – proveniente “da una formazione nel più duro degli agnosticismi, quello torinese” – ci fa dono di confidenze e notizie preziose per comprendere il suo cammino verso “il Nazareno crocifisso e risorto”. “Sono stato – conclude – tra coloro che, come li chiama Paolo, ‘non hanno speranza’; e mi è stato dato, senza alcun merito, di comprendere che la Speranza, quella che non delude, esiste: e che non sta nelle ideologie umane, bensì in una persona. […] Dare questa notizia – che è poi la Buona Notizia per eccellenza: Evangelo – allineando argomenti, ragioni, prove, verifiche, è il mio per tentare di «fare un po’ di bene»”.
Se non avete letto ancora qualcosa di Messori, fatelo; ne vale la pena! Tra i suoi best seller basta ricordare il libro-intervista a Giovanni Paolo II, Varcare la soglia della speranza, del 1994, tradotto in ben 53 lingue! Senza dimenticare che, nove anni prima, aveva intervistato l’allora cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando Rapporto sulla fede. Già nel 1984, colui che sarebbe diventato Benedetto XVI, aveva fotografato la situazione della Chiesa e del mondo, con la lucidità e l’onesta che tutti gli riconoscono. Aggiungo che, per chi legge il Corriere della Sera, può usufruire – e gustare – i suoi interventi, sempre chiari, senza fronzoli, arricchenti… E, cosa più importante, lo fa da «cattolico doc».
E passo alla riflessioni di Messori sulla vita religiosa. Sempre sul Corriere della Sera, il 31 agosto del 2011, Messori ha scritto un articolo molto interessante – e provocante, come sempre! – dal titolo: Declino degli ordini religiosi. È la fine di una grande storia? Ecco alcuni passaggi:
“Ottimi affari, negli ultimi anni ma ancor più nei prossimi, per gli agenti immobiliari romani che trattano «grandi edifici di pregio». Dopo il Concordato – e poi, con ritmo accelerato, nel secondo dopoguerra – congregazioni e istituti cattolici del mondo intero hanno costruito a Roma le loro Case generalizie. Alcuni hanno eretto qui anche i loro noviziati e seminari. Spesso non si è badato a spese, soprattutto nell’ ampiezza dell’ area acquistata, sistemata a parco per proteggere tranquillità e privacy dei religiosi. I progettisti erano in gran parte del Paese d’ origine dell’ Istituto, così che Roma ha finito per ospitare una collezione di architettura mondiale (nel meglio e nel peggio), anche se quasi sempre invisibile dietro cancelli, mura, alberi. Ebbene, non solo la secolarizzazione, ma anche le prospettive dopo il Vaticano II, stanno realizzando silenziosamente quanto fecero con la violenza i francesi del giovane Bonaparte, allorché occuparono Roma e deportarono il Papa; e poi i Piemontesi, quando lo costrinsero a imprigionarsi non a Parigi ma nel recinto vaticano. In entrambi i casi, tra le prime mosse degli invasori ci fu lo sfratto violento di frati, monaci e monache e la messa sul mercato del loro grande patrimonio immobiliare. Patrimonio che, poi, fu ricostituito, anzi moltiplicato sino a quando, raggiunto il vertice alla metà degli anni Sessanta, ha cominciato un imprevisto declino.
Molto si è parlato e si parla del rarefarsi delle vocazioni alla vita sacerdotale, pensando però, soprattutto, al clero secolare, quello delle diocesi, delle parrocchie. Ma forse meno si è detto, almeno nel mondo laico, dell’ inarrestabile declino numerico delle innumerevoli congregazioni di religiosi e, in modo ancor più accentuato, di religiose. Tra Ottocento e primo Novecento sono sorte centinaia di famiglie di suore di «vita attiva», che hanno svolto preziosi compiti sociali, spesso con un impegno ammirevole e talvolta eroico. Ma ora quei compiti sono gestiti (spesso a costi ben maggiori e con efficacia ben minore: ma questo è un altro discorso…) da enti pubblici, oppure quei bisogni sono stati eliminati dai tempi mutati. La giovane che abbia oggi – ad esempio – la vocazione al servizio dei malati come infermiera, o dei bambini come maestra, pensa a un contratto ospedaliero o statale e non, come un tempo, a un noviziato di Sorelle. Anche le Congregazioni maschili hanno sentito duramente la sparizione dei compiti per i quali erano stati fondati. Ma sia tra gli uomini che tra le donne ha agito anche lo spirito conciliare, con la riscoperta del «sacerdozio universale» con la conseguente rivalutazione del laicato, dunque con la consapevolezza che per essere cristiani sino in fondo la vita religiosa non è la via obbligata. […]
Insomma, le statistiche sono impietose e la realtà, troppo spesso, presenta case di formazione trasformate in case di riposo, che assorbono per l’ assistenza molte delle energie superstiti. Non passa mese in cui qualche scuola non si chiuda; qualche convento, anche storico e illustre, non venga abbandonato; qualche chiesa non sia passata alle diocesi, esse pure in grandi difficoltà di personale. Intanto, qualche Casa generalizia di Roma è messa sul mercato, per ritirarsi in luoghi meno vasti e più economici. Realtà rattristante, per un credente? Certamente è doloroso assistere al declino di istituzioni che furono benemerite e madri di tanti santi e constatare il dolore di cristiani che hanno dato la vita a Famiglie che amavano e che, ora, vedono estinguersi. Ma, nella prospettiva di fede, nulla può esserci di davvero inquietante. La Provvidenza che guida la storia (e tanto più la Chiesa, corpo stesso di Cristo) sa quel che fa: «Tutto è Grazia», per dirla con le ultime parole del curato di campagna di Bernanos. La Chiesa non è un fossile, ma un albero vivo dove, sempre, alcuni rami inaridiscono mentre altri spuntano e vigoreggiano. Chi conosce la sua storia sa che in essa, sull’ esempio del Fondatore, la morte è seguita dalla risurrezione, spesso in forme umanamente impreviste. Non si dimentichi che nel primo millennio cristiano c’ erano soltanto preti secolari e monaci: tutte le famiglie religiose sono apparse solo a partire dal secondo millennio. Frati e suore non ci furono per molti secoli, dunque, pur lasciando un ricordo glorioso e nostalgico, potrebbero non esserci in futuro (è una ipotesi estrema) o, almeno, avere sempre meno peso e influenza. Ciò che è certo è che, a ogni generazione, in molti cristiani continuerà ad accendersi il bisogno di vivere il Vangelo sine glossa, nella sua radicalità. Quale volto nuovo assumerà la vita consacrata per intero al perfezionamento personale e al servizio del prossimo? Beh, la conoscenza del futuro ci è preclusa, è monopolio di Colui che, attraverso poveri uomini, guida una Chiesa che non è nostra ma sua”.
Vengono istintivamente in mente le parole di Benedetto XVI, pronunciate nell’ultima udienza, il 27 febbraio scorso: “Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.
3) Quando un’opera «parla»
Nella lettera circolare di don Flavio abbiamo ascoltato espressioni come «rilancio apostolico», «riappropriazione carismatica», «conversione apostolica» delle opere . Quando si parla di questo argomento, a me piace tradurre il concetto con espressioni di questo tipo: Questa opera «parla»?, «evangelizza»?, «trasmette il carisma del Fondatore»?, «che stile di vita manifesta?», «in che cosa si distingue da un’attività prettamente statale o laica?»… e potremmo continuare. Se si presta un buon servizio è già tanto, ma basta?
Nella recente visita canonica, incontrando il Consiglio d’Opera in qualche comunità, ho avuto la gioia di ascoltare delle splendide esperienze in tal senso. Faccio solo un esempio per farmi capire: qualche dipendente ha optato per una nostra struttura – anche se il salario era inferiore! – a motivo dello «spirito», dell’«aria» che vi si respirava, che significa qualità di rapporti, di lavoro, di realizzazione personale, di vita, di senso.
Incontrando il Consiglio d’Opera e il MLO di Sanremo, non sapevo che qualcuno aveva acceso il registratore… Per fortuna non ho detto eresie che meritano la condanna dell’ex S. Uffizio! Naturalmente quanto ho detto risente dell’intervento «a braccio» [12]. Tra le altre cose ho detto anche questo: “Il termine «carisma», in senso teologico, indica un dono speciale; nel nostro caso è il dono particolare che dalla vita di don Orione – il cosiddetto «carisma di fondazione» – passa a tutta la Chiesa. La preoccupazione della Congregazione è che questo carisma sia percepibile là dove operiamo, altrimenti la nostra presenza non avrebbe ragione di esistere. Ci possono essere momenti storici in cui il carisma di una Congregazione, un tempo importante, ha come esaurito il suo compito, non ha più niente da dire. Noi siamo fermamente convinti che lo spirito e il carisma di don Orione siano attualissimi: nella nostra società, dove grande è il rischio di essere considerati dei numeri, saper dare attenzione alla persona, affermare la dignità di ogni uomo, a partire da chi è più debole ed emarginato, è uno dei motivi per cui don Orione rimane attualissimo. Quando chiedo ai giovani che entrano in Congregazione il motivo della loro scelta, la risposta è per il 90% legata proprio alla sensibilità verso gli «ultimi», all’attenzione alla persona. Questa è la nostra preoccupazione in Congregazione: le nostre opere di carità oggi «dicono» ancora qualcosa? Se non «dicono» nulla, se non si distinguono per una speciale attenzione amorevole alle persone in difficoltà non hanno ragione di essere. In altre parole, se non evangelizzano, se non mostrano il volto materno della Chiesa, hanno fatto il loro tempo [13].
Ci sono moltissimi esempi di vostri colleghi, che hanno rinunciato a posti pubblici più sicuri e remunerati, proprio perché al «Don Orione» hanno trovato uno stile di vita, un modo di lavorare che li fa sentire a casa propria. A tal proposito, in sud America non usano la parola «Istituto» bensì «nuestra casa». Ci chiediamo: il lavoro che si fa al Cottolengo dice ancora qualcosa? Evangelizza? Se non «parla» lo stile del vangelo non funziona. Magari ci diranno che siamo bravi, che siamo professionali ma questo, pur essendo fondamentale, non è ancora sufficiente. Manca quel quid in più, ci vuole un po’di calore, un po’ di cuore! Non si tratta di fare chissà quali proclami; è con lo stile di vita che si parla. “Exempla traunt, verba volant”, l’esempio trascina, le parole volano via. Proprio in uno dei suoi primi interventi, Papa Francesco ha detto: la Chiesa non è una ONG o una organizzazione benemerita per tutto il gran bene che fa … se non annuncia Cristo non è Chiesa!
Solo se io sono carico dell’amore di Dio poi lo posso donare. Don Orione dice in una lettera: «Mi sento come un carbone acceso» [14]. Questo ognuno lo può fare con la propria storia e la pro-pria formazione. Non si tratta di un discorso «confessionale», non si obbliga il dipendente alla Messa domenicale o a essere cristiano! In tanti Paesi noi abbiamo dipendenti non cristiani. Al Capitolo Generale del ‘98 partecipò un nostro infermiere proveniente dalla Costa d’Avorio di fede mu-sulmana; nonostante ciò, era ed è un orionino dalla testa ai piedi, innamorato di Don Orione e del suo carisma.
Chi si avvicina a noi, specialmente se si hanno compiti di responsabilità, deve avvertire in qualche modo che c’è uno stile particolare. Sino a pochi anni fa, durante la visita canonica alla comunità, non erano previsti incontri col personale, con i laici volontari e gli amici; i «visitatori» come me venivano a parlare solo con i confratelli, guardavano la casa e via. Oggi è impensabile non vivere un momento come questo, di formazione e condivisione reciproca. È anche un’ occasione per allargare un po’ il cuore. Don Orione è morto qui a Sanremo, ma ora è vivo anche nelle periferie di Antananarivo in Madagascar, a Lucena nelle Filippine, a Los Angeles a sud di Santiago del Cile, come pure nelle oltre 200 comunità orionine sparse nel mondo. In sud America ho sperimentato questo senso di appartenenza e vorrei che anche noi in Europa ci scaldassimo di più il cuore e risco-prissimo la bellezza dell’appartenenza”.
Questa è una parte della registrazione del mio intervento sanremese; successivamente hanno parlato tutti i presenti, arricchendo l’incontro con risonanze, riflessioni e anche ricordi (da rimarcare la gratitudine di diverse persone verso le nostre Suore, che avevano lavorato al Piccolo Cottolengo nei decenni precedenti).
Conclusione: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14)
I due paragoni usati da Gesù sono posti da Matteo subito dopo la proclamazione delle Beatitudini (5,1-12), che sono un po’ l’ouverture del Discorso della montagna, che si sviluppa in ben tre capitoli (5-7). Siamo all’interno del primo grande discorso di Gesù. Come sappiamo, Matteo ha strutturato la sua opera attorno a cinque discorsi, quasi a ricordare i cinque libri della Torah e la figura di Mosè. Gli altri discorsi si trovano al capitolo 10 (discorso apostolico), al capitolo 13 (discorso parabolico), al capitolo 18 (discorso ecclesiastico [comunitario]); l’ultimo discorso comprende i capitoli 24-25 (discorso escatologico), che termina con la famosa pagina del giudizio finale: “Avevo, fame, avevo sete…”.
Le Beatitudini sono come i «segni particolari» che troviamo sulla nostra Carta d’Identità. È un po’ come dire: questi sono i «segni particolari» che devono contraddistinguere un cristiano! Fuori dalla logica delle Beatitudini non si è cristiani. Come tradurre questa logica evangelica? È presto detto, afferma Gesù: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio [15], ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,13-16).
“I discepoli – commenta Bruno Maggioni – devono essere «sale e luce»: devono cioè essere punto di riferimento, di purificazione, di trasformazione, pena l’inutilità più completa… rendete visibile nella vostra vita la forza trasformante del vangelo, dimostrate che l’amore nuovo – quello esemplificato da Cristo – è possibile. Gesù sta dunque parlando del dovere missionario della sua comunità. E si noti la dimensione universalistica: la «terra»e il «mondo» sono l’intera umanità, senza distinzione. I paragoni della luce e della città posta sul monte (Gerusalemme) sono spesso usati nell’ Antico Testamento per indicare il significato salvifico universale di Israele, il suo dovere di essere un popolo «segno» di Dio di fronte a tutti, punto di convergenza e di ritrovo dell’intera umanità. In altri termini, la comunità dei discepoli (pena la più completa inutilità: a che servirebbe il sale divenuto insipido, o una luce nascosta?) deve farsi «profezia», e non a parole, ma con le opere” [16].
La sfida che abbiamo davanti è proprio questa: come le nostre opere sono e saranno «sale e luce»? Da tempo nella Chiesa si parla di «nuova evangelizzazione»; uno degli «imputati» – se così si può dire – è il linguaggio. Era la grande sfida che stava a cuore a Papa Benedetto XVI: tradurre i grandi temi della fede in linguaggio più vivo, caldo, comprensibile all’uomo d’oggi. Basta aver letto solo qualcosa di Ratzinger per rendersi conto. Ma esiste un altro linguaggio, che è tornato alla ribalta in modo provvidenziale, ed è quello dei gesti, così cari a Papa Francesco. Il Cardinale Bergoglio, nel suo intervento nella congregazione generale, prima del conclave, aveva tracciato anche l’ identikit del nuovo Papa e aveva detto: “Pensando al prossimo Papa, c’è bisogno di un uomo che dalla contemplazione e dall’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso la periferia esistenziale dell’umanità, in modo da essere madre feconda della «dolce e confortante gioia di evangelizzare»”. Ecco, le nostre opere – per essere «sale e luce» – devono prendersi cura delle «periferie esistenziali», che non sono solo quelle geografiche, ma sono soprattutto quelle “del disconoscimento di Dio proprio di tanta gente, dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, quella del senso della vita” (Omelia del Card. Bergoglio, 26 marzo 2007).

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