Giorno della memoria. Perché le coscienze rimangano vigili.
Come ogni anno, a partire dal 2000, il 27 gennaio si rinnovano, con eventi e iniziative, le celebrazioni del Giorno della memoria, in ricordo delle deportazioni naziste nei campi di concentramento e, più in generale, dell’olocausto e dei terribili avvenimenti della prima metà del Novecento. Circa 6 milioni di ebrei furono sterminati a seguito delle follie razziali germinate in un’Europa scossa da molti fantasmi e proiettata verso la propria distruzione fisica e morale. Il Giorno della memoria rappresenta un momento di riflessione fondamentale perché “ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.
Con il termine Shoah viene indicato lo sterminio del popolo ebraico – la cosiddetta soluzione finale – pianificato ed attuato dal regime nazista, nel periodo che va dal 1939 al 1945.
La soluzione finale è l’ultimo atto di una campagna razzista e specificatamente antisemita propugnata dal Terzo Reich a fondamento di un progetto di purificazione della razza ariana, portato avanti attraverso un processo di esclusione sociale, fatto di boicottaggi e prevaricazioni di ogni genere che partendo dai ghetti arrivò fino ai campi di concentramento. Auschwitz, Treblinka, Dachau, Bergen Belsen, Mauthausen segnano la memoria geografica di una follia senza precedenti.
In Italia il regime fascista, sulla scia tedesca, nel 1938, aveva emanato una serie di leggi tese a legittimare la cosiddetta “questione ebraica” che dall’esclusione degli ebrei dalle scuole, da molte professioni e dalla vita sociale sfociò nei rastrellamenti e nelle deportazioni che a partire dal 16 ottobre 1943 portarono circa 8000 italiani di fede giudaica a morire nei lager nazisti.
Il Giorno della memoria istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2005 per ricordare la Shoah, rappresenta un momento di riflessione storica e sociale. In Italia, la ricorrenza, con legge n. 211 del 20 luglio 2000, è stata fissata al 27 gennaio, in riferimento alla data in cui le truppe sovietiche, nel 1945, liberarono il campo di Auschwitz.
Sembrano lontani quegli anni, tuttavia il ricordo di quei fatti – lo sterminio degli ebrei, l’annientamento degli avversari politici, l’annullamento della diversità (quella di omosessuali, zingari, testimoni di Geova, disabili) – è una ferita non ancora rimarginata sulla pelle della nostra civiltà. Una ferita che rischia di sanguinare di nuovo, in un tempo in cui vanno profilandosi preoccupanti segnali di rigurgito.
Per tutti, allora, rimanga di monito la poesia di Primo Levi “Shemà” (Ascolta), che introduce al suo romanzo “Se questo è un uomo”, lucida testimonianza del drammatico orrore dei lager che egli stesso aveva vissuto.
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
