“Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24)
Alcune note introduttive
- Lettera apostolica in forma di Motu proprio PORTA FIDEI del Sommo Pontefice BENEDETTO XVI con la quale si indice l’ANNO DELLA FEDE.
- Motu proprio (spesso anche come moto proprio) è una locuzione latina (tradotta letteralmente significa di propria iniziativa) che indica un documento, una nomina o in generale una decisione presa di “propria iniziativa” da chi ne ha il potere o la facoltà. Per antonomasia si intende un documento (decisione) del Papa che non è stato proposto da alcun organismo della Curia Romana.

- Titolo: preso da Atti 14,27. Siamo alla fine del primo viaggio missionario di Paolo: “Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto. Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede [o[ti h;noixen toi/j e;qnesin qu,ran pi,stewj]. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli” (Atti 14,24-28).
- Durata e Motivi: “Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, testo promulgato dal mio Predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II” (Porta fidei, 4).
- Perché? “Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’ esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo…Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone” (Porta fidei, 2).
- “Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio… L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna” (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza” (Porta fidei, 3).
Storia: “Il mio venerato Predecessore il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967, per fare me-moria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo nel diciannovesimo centenario della loro testimonianza suprema. Lo pensò come un momento solenne perché in tutta la Chiesa vi fosse “un’autentica e sincera professione della medesima fede”… Essa si concluse con la Professione di fede del Popolo di Dio, per attestare quanto i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato” (Porta fidei, 4).- “Il rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla vita dei credenti: con la loro stessa esistenza nel mondo i cristiani sono infatti chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato…L’Anno della fede, in questa prospettiva, è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo” (Porta fidei, 6).
- “Caritas Christi urget nos” (2Cor 5,14): è l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra (cfr Mt 28,19)… Nella quotidiana riscoperta del suo amore attinge forza e vigore l’impegno missionario dei credenti che non può mai venire meno. La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia” (Porta fidei, 7).
- “Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’ Eucaristia… Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno. Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il Battesimo” (Porta fidei, 9).
- Vorrei, a questo punto, delineare un percorso che aiuti a comprendere in modo più profondo non solo i contenuti della fede, ma insieme a questi anche l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà… L’esempio di Lidia è quanto mai eloquente in proposito. Racconta san Luca che Paolo, mentre si trovava a Filippi, andò di sabato per annunciare il Vangelo ad alcune donne; tra esse vi era Lidia e il “Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo” (At 16,14). Il senso racchiuso nell’espressione è importante. San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona, non è aperto dalla grazia che consente di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che quanto è stato annunciato è la Parola di Dio. Professare con la bocca, a sua volta, indica che la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con tutta evidenza questa dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria fede ad ogni persona. È il dono dello Spirito Santo che abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza, rendendola franca e coraggiosa. (Porta fidei, 10).
- “La fede, infatti, si trova ad essere sottoposta più che nel passato a una serie di interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche. La Chiesa tuttavia non ha mai avuto timore di mostrare come tra fede e autentica scienza non vi possa essere alcun conflitto perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono alla verità” (Porta fidei, 12).

- Testimonianze lungo la storia: “Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato. Mentre la prima evidenzia il grande apporto che uomini e donne hanno offerto alla crescita ed allo sviluppo della comunità con la testimonianza della loro vita, il secondo deve provocare in ognuno una sincera e permanente opera di conversione per sperimentare la misericordia del Padre che a tutti va incontro… Per fede Maria… per fede gli Apostoli… per fede i discepoli… per fede i martiri…per fede uomini e donne hanno consacrato la loro vita a Cristo… per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione, nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e ministeri ai quali furono chiamati. Per fede viviamo anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente nella nostra esistenza e nella storia” (Porta fidei, 13).
- Testimonianza della carità: “L’Anno della fede sarà anche un’occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità. Ricorda san Paolo: “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!” (1Cor 13,13)… La fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo cammino. Non pochi cristiani, infatti, dedicano la loro vita con amore a chi è solo, emarginato o escluso come a colui che è il primo verso cui andare e il più importante da sostenere, perché proprio in lui si riflette il volto stesso di Cristo. Grazie alla fede possiamo riconoscere in quanti chiedono il nostro amore il volto del Signore risorto. “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40)” (Porta fidei, 14).
- “Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di “cercare la fede” (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15).
Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede. Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi… Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine… La vita dei cristiani conosce l’ esperienza della gioia e quella della sofferenza. Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare alle sofferenze di Cristo (cfr Col 1,24), sono preludio alla gioia e alla speranza cui la fede conduce: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della riconciliazione definitiva con il Padre. Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata “beata” perché “ha creduto” (Lc 1,45), questo tempo di grazia” (Porta fidei, 15).
Un po’ di «fondamenta»…
Pisteu,w – Pi,stij
Nel NT «credere» e «fede» traducono rispettivamente pistéuo e pístis. Nel greco classico, il verbo pistéuein significa «avere fiducia», «mostrare confidenza», «accettare per vero». Il sostantivo pístis esprime «sicurezza», «fiducia» e «fede». Questi significati comuni appaiono spesso nel NT. Il significato specificamente cristiano del termine è uno sviluppo dell’uso classico e della concezione dell’AT della fede. Queste parole greche hanno permesso ai LXX di rendere l’ebraico emunah, he’emin (che derivano dalla radice ‘mn: «essere stabile», aggiungendo al greco la sfumatura di solidità e l’aspetto della verità (in ebraico émet). Il NT aggiunge agli usi dell’AT le espressioni pistéuein eis: «credere in» e pistéuein hóti: «credere che».
Alcune statistiche: pístis è presente nei Sinottici, ma non in Giovanni; al contrario, il verbo pistéuo è presente quasi 90 volte in Giovanni e circa 30 volte nei Sinottici. Pístis è parola tipicamente paolina ed è presente circa 170 volte (di cui 37 in Rm e 22 in Gal); nell’epistolario paolino il verbo ricorre circa 50 volte. Da notare che in Ebrei la parola pístis ricorre 32 volte, di cui 24 solo nel capitolo 11, che inizia con la celebre definizione:
:Estin de. pi,stij evlpizome,nwn u`po,stasij( pragma,twn e;legcoj ouv blepome,nwnÅ
La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1)
Il cuore della predicazione di Paolo
“La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore della predicazione paolina” [1]. L’affermazione più concisa e chiara la troviamo in Gal 2,16: L’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo. Se in Gal 2,16 abbiamo l’ affermazione più concisa e chiara, in Rom 3,21-26 abbiamo quella più completa: «Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù».
“La giustizia di Dio di cui si parla non è la giustizia retributiva che, dato il peccato dell’uomo, sarebbe inevitabilmente punitiva, ma riallacciandosi al concetto biblico di giustizia – che consiste essenzialmente nell’intervento salvifico di Dio – indica al contrario l’atto mediante il quale Dio «rende giusto» l’uomo (Dio è «colui che giustifica l’empio»! Rom 4,5). Dire «si è manifestata la giustizia di Dio» equivale dunque a dire « si è manifestata la sua bontà, la sua misericordia, il suo amore». È Dio che ha preso l’iniziativa; egli non ha aspettato che gli uomini mutassero vita, che iniziassero ad essere buoni, per offrire loro la salvezza. Questo è il nucleo della rivelazione cristiana: non è l’uomo che fa qualcosa per salvarsi, ma è Dio a fare qualcosa per salvare l’uomo. Ciò caratterizza e distingue il cristianesimo in quanto religione della grazia dalle altre religioni (anche all’ebraismo appartiene in nuce questa prerogativa). Davanti al Dio di Gesù Cristo non ci sono meriti o altre qualifiche da far valere: la sua grazia non considera le qualità dell’uomo, la si riceve unicamente come dono – mai come una ricompensa a qualche performance – e un dono non chiede che di essere accolto; questa accoglienza consiste nel credere. È questo il suo vangelo: la gratuità e l’anteriorità della grazia che precede ogni tipo di risposta umana (Rom 5,8: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”). Per fare un paragone, è come se si dicesse a un condannato alla pena capitale, a uno che è già nel braccio della morte: «Hai avuto la grazia! Sei libero, puoi uscire subito!». La buona notizia è questa grazia inaspettata oltre che immeritata (perché la condanna era ben giusta). E questo suo evangelo Paolo l’ha sperimentato per primo su se stesso, quando da nemico di Gesù («Perché mi perseguiti?») viene da lui chiamato a diventare araldo del suo nome fra tutte le genti” [2].
«Credere» in Giovanni
“Il vangelo di Giovanni è un costante appello alla fede” [3]. Ma di quale fede si tratta? Come abbiamo visto, nel quarto vangelo non ricorre mai il sostantivo astratto «fede» (pístis), ma sempre il verbo «credere» (pistéuein). “La fede è una realtà dinamica, un cammino, non uno stato immobile. Giovanni usa molto frequentemente la forma pistéuein eis («credere in») seguita dall’accusativo, come un moto a luogo. Nella quasi totalità dei casi il termine verso cui la fede si protende è la persona di Gesù. «Credere in» è lo slancio del cuore, l’adesione di tutta la persona. Crede in Gesù colui che lo ascolta e insieme lo ama. La gente chiede un segno per poter credere in Gesù […]. La folla chiede sempre segni e vorrebbe essere lei stessa a decidere quali. Ma Gesù non ne fa, perché sa che non è questione di segni più o meno numerosi, più o meno splendidi. Non è questo che porta alla fede. Si tratta, invece, di leggere diversamente i segni che già ci sono e che Dio decide di offrire. In ogni caso, il vero segno non è più la manna, ma Gesù, la sua persona e la sua vita, il suo modo nuovo e autentico di parlare del Padre, la sua totale e disinteressata dedizione. Il grande segno è Gesù […]. Il fossato tra la folla e Gesù si è progressivamente allargato sempre maggiormente. Le folle cercano la ripetizione della moltiplicazione dei pani, un salvatore terreno, una salvezza attraverso le opere. E trovano invece Gesù da riconoscere e accogliere nella fede. È un ritrovamento che disorienta e scandalizza, e tuttavia è proprio ciò che l’uomo dovrebbe cercare, l’unico vero pane che sazia” [4].
A questo proposito, vale la pena ricordare la reazione dei Giudei al discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao (discorso sul «pane di vita»). I Giudei, a causa delle parole di Gesù, “mormoravano di lui” (6,41).
È interessante notare che il verbo «mormorare» – gongyzo – nel NT ricorre solo 7 volte: 2 nei Sinottici (Mt 20,11 e Lc 5,30), 4 in Giovanni (6,41.43.61; 7,32) e una volta in 1 Cor 10,10. Di fronte a questo «mormorare» e al «rifiuto» conosciamo la dura risposta di Gesù, rivolta agli Apostoli: “Forse anche voi volete andarvene?” (6,67). Nel di-scorso di Cafarnao, Gesù “non si limita a denunciare l’incredu-lità. Riprende il discorso sulle condizioni della fede. Il pen-siero è tanto importante che Gesù lo ripete due volte: «Nessuno viene a me se il Padre non lo attira» (6,44); «Chi ascolta il Padre e si lascia da lui istruire viene a me» (6,45). L’origine della fede è l’iniziativa del Padre (la fede è un dono), e la condizione richiesta da parte dell’uomo è la docilità (ascoltare e lasciarsi istruire). Nessuno può far sorgere dentro di sé il movimento della fede senza l’attrazione del Padre. Credere in Gesù non è in potere dell’uomo. All’uomo è unicamente richiesto – ma proprio questo è punto critico – di acconsentire alla parola che gli viene offerta” [5]. “Da allora – dice Giovanni – molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (6,66). Oggi come ieri molti si tirano indietro, o con uno stile di vita «ateo» (pur dicendosi cristiani), o con «indifferenza» (“non m’interessa”), o con scelte di campo (“Dio non esiste, e se esiste sono fatti suoi!”)… Già verso la fine del primo secolo, l’apostolo Giovanni e la sua comunità erano alle prese con gravi problemi, “poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne” (2 Gv 7). È lo «scandalo dell’ incarnazione», per dirla con Joachim Jeremias. Lo scandalo continua davanti al «comandamento»: “Che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo” (1 Gv 3,23).
Concludendo, “per Giovanni il vero peccato è l’incredulità, che egli considera il peccato per eccellenza… l’incredulità di cui egli parla è sempre un’opzione lucida e responsabile. E la luce che viene rifiutata è una luce ‘sconcertante’, opera una crisi e fa problema, ma è una luce chiara. La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità” [6].
Pensieri sparsi…
“LA FORZA E LA BELLEZZA DELLA FEDE”
(Porta fidei, 4)
| Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore. (Porta fidei, 1). L’Anno della fede, in questa prospettiva, è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo (Ibidem, 6). Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede (Ibidem, 7). La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede (Ibidem, 10). Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo (Ibidem, 15). |
“Nel suo nucleo di fondo la fede consiste nell’accettare di essere amati da Dio, e per questo non significa solo dire di sì a Lui, ma dire di sì alla creazione, alle creature e soprattutto all’uomo, cercando di vedere in ciascuno un’immagine di Dio e di divenire in tale modo delle persone capaci di amare” (J. Ratzinger, Il sale della terra. Un colloquio con Peter Seewald, Paoline 2005 [intervista 1996], p. 136).
“La fede è più di una parola, più di un’idea: essa significa entrare nella comunione con Gesù Cristo e, mediante Lui, con il Padre” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II, p. 113)
“La fede nel ritorno di Cristo è il secondo pilastro della professione cristiana […] La vit-toria dell’amore sarà l’ultima parola della storia del mondo” (Ibidem, pp. 318-319).
Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti (Benedetto XVI, Luce del mondo, p. 27)
“Se la gente si allontana è anche perché gli abbiamo dato l’impressione che il credere sia un «sistema» complesso, mentre invece è tutto così facile: c’è un Dio, un Dio che è Amore e che ha voluto incontrarci nella persona di Gesù di Nazareth” (J. Ratzinger).
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Le persone innamorate di Dio non invecchiano mai (Michelangelo a chi gli chiedeva, perché – nella Pietà – il volto della Madre è giovane come quello del Figlio)
“Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24)
[6] Ibidem, p. 112.
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